La rivolta in Tibet ha riacceso il dibattito, per la verita' piu' accademico che concreto, sul credito da dare alla Cina come paese moderno, e in particolare se partecipare alle Olimpiadi. Non credo che si andra' oltre qualche articolo sui giornali, e fra qualche giorno tutto continuera' come al solito: non si e' fatto nulla per la Birmania (perche' chiamare il paese come vogliono quei criminali che lo governano?), cosa volete che si faccia contro l'immensamente piu' potente Cina? In effetti e' ipocrita far ricadere su un avvenimento sportivo il peso della riprovazione internazionale (se in realta' c'e') per qualche morto in un paese remoto, quando non si pensa nemmeno a sollecitare il rispetto dei diritti umani in occasione di fiere commerciali o accordi industriali. Provate a leggere i resoconti da AsiaNews: gli impianti sportivi destinati alle Olimpiadi sono costruiti cacciando di casa migliaia di persone, altre migliaia restano senza lavoro e mezzi di trasporto per ridurre lo smog che strozza Pechino, e i soldi per costruire le grandi opere necessarie a proclamare la gloria del regime sono ricavati dal lavoro da schiavi di milioni di persone. E' tutto ben noto, scoprirlo adesso e' ridicolo. Certo, e' necessario che tutti, in particolare i governanti, facciano la loro parte per evitare massacri di tibetani, ma basta moralismo per favore: “money makes the world to go around”, il danaro fa girare il mondo, ammettetelo, o negatelo con i fatti in ogni occasione. E a proposito, avete visto i pacifici monaci tibetani prendere a calci i poliziotti e spaccare le vetrine? Non li critico, difendono la loro liberta', critico i sostenitori della non violenza a tutti i costi, specialmente quando soggetti alla sopraffazione del potere sono altri e lontani.