Qualche giorno fa vari amici di SamizdatOnLine hanno richiamato l'attenzione su un articolo pubblicato dal Corriere della Sera a firma di Edoardo Boncinelli, un autore spesso presente nelle discussioni sul rapporto fra ragione e fede, in campo laicista. L'articolo, in realta', non mi sembra particolarmente interessante, direi che e' il solito insieme di approssimazione e evidenti falsita', tuttavia ho voluto provare un esercizio di apologetica, tenendo presente l'invito a rendere sempre ragione della propria fede. Cioe', ho provato a rispondere alle affermazioni dell'articolo, come se fossi io coinvolto in una discussione, senza avere pretese filosofiche ne' teologiche, per le quali non ho la competenza.
Comunque faccio seguire le frasi che ho scritto, e se qualcuno ha qualche osservazione e' il benvenuto.
Come premessa, mi sono messo ovviamente dal punto di vista di un cristiano, anzi di un cattolico, perche', anche se l'articolo parla genericamente di religioni, e' abbastanza evidente che l'attacco e' alla Chiesa cattolica e alla sua presenza nella societa'.
Inoltre, una premessa indispensabile e' che sono del tutto d'accordo con il cardinale Biffi, secondo il quale il cristianesimo, e il cattolicesimo in particolare, non e' una religione, ma un incontro con Gesu' Cristo vivo e presente, per cui un obiezione alla “religione” non e' del tutto applicabile alla Chiesa cattolica.
In rosso le frasi di Boncinelli sulle quali intervengo:
La religione, al pari di tutte le convinzioni parareligiose, rassicura e deresponsibilizza.
La religione e' una convinzione parareligiosa? Logica incerta: e poi, deresponsibilizza? Andiamo avanti.
Uno dei primi compiti delle religioni e' stato quello di spiegare l'origine e la natura del mondo. Dal punto di vista conoscitivo e razionale questo non sembra avere oggi piu' molta importanza, mentre sul versante emotivo sembra avere ancora grande presa su molti, che appaiono dirsi:”Dio pensa a me, quindi non sono solo e abbandonato”. ... cio'...fornisce una speranza per cio' che potra' accadere dopo la vita terrena. C'e' una lieve sfumatura di deresponsabilizzazione .....
Non ha piu' importanza “spiegare l'origine e la natura del mondo”? Strana affermazione di uno scienziato, che evidentemente non trova interesse nel suo lavoro, se non per le ricompense materiali. E perche' il versante emotivo ha meno importanza del versante razionale? E' meno “conoscitivo”? Del tutto errata e' poi l'affermazione che la speranza e' “per cio' che potra' accadere dopo la vita terrena”: vedi l'enciclica Spe Salvi: la speranza del bene futuro, verificata e trovata fondata, da' serenita' e impegno nel presente, tutt'altro che deresponsabilizzare.
Vediamo allora quest'ultimo assunto: cosa vuol dire essere deresponsabilizzati? Io credo che voglia dire restare passivi davanti alla realta', non cercare di migliorare la propria condizione, non contribuire al bene del proprio gruppo sociale. Ora, ci sara' un motivo per cui la societa' nata dal cristianesimo ha sviluppato un benessere, una sicurezza sociale ignota a ogni altra forma sociale nella storia. L'obiezione corrente e' che in realta' benessere e sicurezza sociale sono nate dopo che la societa' aveva abbandonato il cristianesimo come riferimento etico, ma e' storicamente infondata: la societa' ha avuto una storia continua, ogni tempo ha avuto qualcosa in eredita' dai predecessori, perfino gli uomini vissuti nei tempi successivi a grandi sconvolgimenti, i secoli dal VI al X, il XVII secolo dopo le guerre di religione, hanno proseguito il cammino tracciato dai loro antenati, mettendo a frutto le loro esperienze. E comunque, perche' non rendersi conto che, ad esempio, l'ospedale e' un'invenzione cristiana, cosi' come il Monte di Pieta', cosi' come la Cassa Rurale? Non mi pare che queste realizzazioni dei cristiani siano segno di responsabilizzazione, verso se stessi e il resto della societa'. E del resto, la societa' europea nasce proprio dalla responsabilita' dei cristiani, che, intorno ai monasteri e ai vescovi, hanno mantenuto e ricostruito le citta' e recuperato all'utilita' dell'uomo le terre abbandonate durante i tempi di crisi.
Ma anche oggi quanti bisogni della societa' affrontano i cristiani? La societa' orgogliosamente laica ha molti buchi neri, nei quali agiscono persone mosse solo dall'amore a Cristo presente nei fratelli bisognosi. Basta citare i nomi piu' noti, madre Teresa, don Oreste Benzi, il Cottolengo, e tanti altri meno famosi ma ugualmente attenti ai bisogni del prossimo. Questa e' deresponsabilizzazione?
Ma anche nella politica i cristiani si impegnano: i laici (laicisti?) non sono d'accordo, ma non possono negare che i cristiani sentano responsabilita' verso la societa',
Andiamo avanti: arriviamo all'etica:”... ciascuno si deve comportare bene per far piacere a Dio e per non incorrere nella sua ira” da cui discende ”l'assunzione implicita che sotto questa spinta gli esseri umani si comportino meglio e la delega che viene conferita ai ministri di culto perche' accertino e comunichino quale sia il comportamento etico...in ogni circostanza” La prima assunzione, sempre secondo Boncinelli, e' priva di fondamento, e “a noi oggi non piace...l'idea che un essere umano si comporti bene perche' deve e per paura di un castigo. Lo spirito laico richiederebbe una libera scelta individuale e un comportamento retto anche se maturato in un clima di autonomia interiore”.
L'affermazione da cui parte B. e' falsa, almeno per il cristianesimo, almeno per la dottrina della Chiesa, lontana da certo moralismo anche clericale: ci si “comporta bene” per amore a Cristo, perche' “comportarsi bene” e' piu' rispondente alla nostra umanita'. Anche per questo mi sembra discutibile che “non c'e' nessuna evidenza statistica che un credente si comporti meglio di un non credente”. Non ci saranno evidenze statistiche, ma e' esperienza comune che un credente sia piu' affidabile di un non credente: si puo' piu' ragionevolmente sperare che non ti truffi nel commercio, o non ti assalga se resti solo con lui, e tutti gli esempi che possono venire in mente. Preferisci essere solo in uno scompartimento di un treno, di notte, con due suore o con un gruppo di tifosi ultras?
Cosi' e' molto eroico immaginare un Capaneo che si erge fiero e libero, retto e forte, di fronte a Dio: l'esperienza normale e' diversa, nell'autonomia le scelte seguono in generale il proprio tornaconto costringendo la societa' a moltiplicare regole e controlli per evitare il caos.
E arriviamo a quello che e' probabilmente il punto cruciale: “non ci piace la delega per l'etica che il clero si e' attribuita. Nessuno puo' legiferare per nessuno in tema di morale”. Anche questa e' una di quelle idee affascinanti che si danno in pasto al popolo per illuderlo: pensiamoci un momento: come puo' l'uomo, in totale autonomia, ma sarebbe meglio dire isolamento, darsi dei criteri di comportamento validi nei rapporti sociali? Inevitabilmente, se fosse possibile, si comporterebbe in base all'egoismo piu' elementare, in una logica di potere personale e violenza. La risposta a questa mia affermazione e', credo, che invece l'uomo usera' la ragione, che gli mostrera' come rapportarsi “civilmente” con i suoi simili e l'ambiente: ma da chi gli verranno i parametri di giudizio? E' inevitabile, per usare la ragione nel senso che dicevo, che ci sia un'educazione, e quindi che qualcuno indichi dei criteri, e quindi orienti le scelte della persona: c'e' comunque, in qualsiasi gruppo sociale, un patrimonio di criteri etici che ne rende possibile l'esistenza. Tutto questo poi non tiene conto del semplice fatto che in ogni societa' vera, non utopica, qualcuno esercita il potere, e questo qualcuno imporra' i propri criteri come etici.
Insomma, in una societa' minimamente organizzata ci deve essere un'etica valida per tutti, altrimenti e' il caos; inoltre, poiche' lasciato a se stesso l'uomo tende a seguire il proprio interesse, ci vogliono mezzi per far rispettare quest'etica comune. Le religioni ottengono questo “controllo” con la conversione, piu' o meno profonda; alcuni tentativi sociali hanno provato a seguire la stessa strada, formando le coscienze e spezzando quelle irriducibili, come abbiamo visto nel secolo appena trascorso.
Oggi la via seguita e' quella della propaganda massiccia, piu' o meno consapevole: basta pensare al martellamento dei talk show e delle soap opera, che hanno minato il concetto di famiglia e sono passati ora all'attacco dell'identita' sessuale.
Ma anche il controllo poliziesco e' attivo: pensate all'obbligo di seguire l'ideologia ambientalista, pensate alla prigione comminata a storici che negano la Shoa. E quindi, ci sara' sempre qualcuno che decidera' cosa e' etico.
Allora, e' meglio che indichi il criterio del retto agire chi afferma di conoscere il destino dell'uomo, o chi cerca il puro potere, politico o economico? Senza contare che bisognera' anche valutare gli esiti di queste definizioni di eticita': come dicevo sopra, mi pare che i cristiani abbiano i titoli per rivendicare il diritto a indicare come muoversi nella societa', perche' dall'antropologia cristiana e' nata l'unica societa' nella storia che abbia realizzato una pace sociale, un benessere diffuso, una crescita concorde, un progresso continuo.
Quest'ultima riflessione risponde anche all'ultima accusa di B.:”...ancora meno si puo' accettare che detti legge in tema di etica sociale. ...l'appartenenza alla stessa fede poteva essere uno stimolo alla coesione sociale in una societa' caratterizzata da una sola confessione, ma diviene elemento di destabilizzazione, se non di aperto conflitto, in una societa' transnazionale...”. Ripeto: il cristianesimo ha i titoli per indicare come stare nella societa' odierna salvandone i pregi e affrontandone i difetti, cosi' come i cattolici hanno tutti i diritti, come cittadini, di esprimere posizioni politiche nella societa', rispettandone le regole di convivenza civile.
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