Ho letto e non credo ai miei occhi: la cessazione delle ostilita' in Ossezia e' presentato come una vittoria della diplomazia europea, o meglio franco-italiana! Be', certo, una diplomazia dalle Maldive puo' ottenere solo vittorie come questa: per chi non lo sapesse, il nostro ministro degli Esteri, Frattini, non ha ritenuto necessario interrompere le sue vacanze mentre la Russia invadeva la Georgia. Perche' in effetti la Russia ha fatto quello che voleva, ha interrotto l'offensiva quando ha voluto, ha fatto vedere che si considera una potenza imperiale, con il diritto di intervenire dove i suoi interessi richiedono, ha cessato il fuoco, forse, quando gli e' stato comodo. La diplomazia europea ha preso atto, e ha convocato una conferenza; forse non puo' fare di piu', dipendendo dalla Russia per le forniture energetiche, e essendo tutt'altro che unita, distinta nei filoamericani per forza, i paesi confinanti con la Russia e quindi direttamente minacciati, . Diversa e' stata la reazione degli Stati Uniti, che almeno hanno minacciato di escludere la Russia dai grandi consessi internazionali, quelli che contano, G8, WTO, non certo l'ONU. Si torna alla guerra fredda, titolano alcuni giornali: speriamo sia solo fredda, perche' mi pare che molti si stiano rendendo conto che fare la guerra si puo', con obbiettivi limitati, senza armi nucleari o di distruzione di massa, insomma senza provocare catastrofi planetarie; qualche migliaio di vittime conta poco, anche agli occhi delle organizzazioni mondiali. Non perdiamo di vista, ad esempio, le tensioni fra Grecia e Albania. Molta responsabilita' ce l'ha l'occidente, gli USA, l'Europa, la NATO, con le guerre balcaniche degli anni '90 del XX secolo, che hanno mostrato esempi di azioni “limitate” e soprattutto “umanitarie”, in difesa delle spinte autonomiste di regioni mussulmane contro i cristiani. Adesso non possono decentemente criticare la Russia per la difesa delle regioni russofone della Georgia, e per altro gli albanesi ci hanno preso gusto, e adesso ce l'hanno con la Grecia. Penso proprio che sara' bene raccomandarci alla Regina della Pace, che faccia entrare un po' di raziocinio nella mente dei governanti.
Ho appena ascoltato l'Angelus del Papa da Castelgandolfo. Ha invitato a pregare perche' il dramma delle vittime della strada sia affrontato con raziocinio, e quindi a pregare soprattutto perche' chi guida si comporti responsabilmente: si', pregare per qualcosa per un cattolico significa affidarsi alla potenza divina che e' al di sopra di ogni resistenza umana, ma anche impegnare se stessi perche' si realizzi la cosa per cui si prega. Colpisce comunque il richiamo alla responsabilita': il tono dei servizi d'informazione e' sempre:”E' colpa della strada, del fondo stradale, della visibilita', della societa', ....”, mentre l'evidenza e' che nella stragrande maggioranza dei casi la colpa e' del conducente, che ha rischiato al di la' delle possibilita' sue e del mezzo. Il Papa ha addirittura affermato che e' responsabilita' dei cristiani educare a una guida responsabile: accettiamo il compito che ci da', speriamo di educare soprattutto noi stessi.
Nel quarantennale del '68 molti hanno ricordato la protesta dei velocisti USA di colore che sul podio alzarono il pugno guantato di nero. Nessuno, se non la rivista La Nuova Europa, ha ricordato la ginnasta cecoslovacca Vera Caslavska: questa straordinaria atleta e' stata una forte sostenitrice della rivoluzione democratica del 1968, e dopo l'invasione sovietica fu costretta a nascondersi in montagna. Pero' era troppo brava, per cui fu autorizzata a partecipare alle Olimpiadi del Messico, in ottobre, nelle quali vinse 4 medaglie d'oro e due d'argento. In queste sei medaglie ci furono ben due casi di quella sopravvalutazione del politicamente forte che rende ridicoli i risultati degli sport basati sui giudici: in entrambi i casi ginnaste sovietiche furono spinte avanti, togliendo alla Caslavska la medaglia d'oro alla trave e imponendo un ex-aequo al corpo libero. L'atleta ceca mostro' la sua protesta contro l'invasione sovietica del suo paese chinando il capo e voltandosi di lato durante l'inno sovietico nella premiazione. Come immaginabile, Vera fu emarginata in patria fino alla caduta del comunismo, quando pote' riavere un ruolo pubblico come consigliere del presidente Havel.
Due notazioni:
la vacua superficialita' della grande maggioranza dei mezzi della cosiddetta informazione, che ci schiantano le orecchie con la “festa dello sport”, “l'importante e' partecipare”, e simili ipocrisie, e poi si accaniscono perche' un atleta “e' arrivato solo secondo” o “ha fallito la prova decisiva”. Ma vadano loro a faticare nell'afa!
E poi, la conferma che in Italia non c'e' solo il calcio: molti dei successi italiani vengono da sport di cui i mezzi della stessa cosiddetta informazione che citavo prima ignorano per anni. Per carita', anche i calciatori sono bravi, ma non ci sono solo loro, nonostante quello che (non) ci dicono giornali e TV.
Anche quest'anno la commemorazione della strage del 2 agosto 1980 a Bologna e' stata occasione per rivelare chi veramente oggi in Italia e' settario e violento. Non ha alcun senso rivendicare la necessita' della memoria e sfruttare i momenti istituzionali per dare sfogo ai propri odi di classe. Del resto comincia e farsi pubblicamente strada la vera immagine di Bologna, un laboratorio della violenza dove tutti sono contro tutti, specialmente la sinistra, ma il centrodestra non sta meglio, anche se non e' cosi' violento. Mi colpisce perche' ho amato Bologna, la citta' dove ho studiato e ho vissuto i primi anni di rapporto con mia moglie. Questa e' la fine che fa il fiore all'occhiello della sinistra, Cooplandia, la terra dove l'ente pubblico pensa a tutto dalla nascita alla tomba. Teniamo presente che la ricostruzione della vicenda in base alla quale sono stati condannati i presunti colpevoli, Mambro e Fioravanti, e' certamente errata, e che i responsabili sono da ricercare non nei neofascisti nostrani ma negli ambienti del terrorismo internazionale, probabilmente palestinese. Meditiamo...
Qualche giorno fa ha avuto ampio spazio su Avvenire un articolo del card. Martini pubblicato nel maggio 2008 sulla rivista dei gesuiti americani. L'articolo e' ampio e al di la' della mia comprensione, poiche' non sono teologo. C'e' pero' un giudizio, posto all'inizio dell'articolo, che sta al fondo dei giudizi, e che secondo me va meditato:
Se dunque considero la situazione presente della Chiesa con gli occhi della fede, io vedo soprattutto due cose.
Primo, non vi è mai stato nella storia della Chiesa un periodo così felice come il nostro. La nostra Chiesa conosce la sua più grande diffusione geografica e culturale e si trova sostanzialmente unita nella fede, con l'eccezione dei tradizionalisti di Lefebvre.
Secondo, nella storia della teologia non vi è mai stato un periodo più ricco di quest'ultimo.
Persino nel IV secolo, il periodo dei grandi Padri della Cappadocia della Chiesa orientale e dei grandi Padri della Chiesa occidentale, come San Girolamo, Sant'Ambrogio e Sant'Agostino, non vi era un'altrettanto grande fioritura teologica
Ma e' proprio certo il card. Martini che l'unica rottura dell'unita' ecclesiale sia nei pochi eredi del vescovo Lefebvre? Non sa, solo per citare un aspetto, degli abusi in materia eucaristica? E' una posizione che mi ricorda “la violenza e' solo nera” degli anni di piombo, si vede il male solo da una parte, si e' ciechi verso tutto il resto. Ma il seguito e' anche piu' preoccupante: e' proprio sicuro che indice della vitalita' della Chiesa sia il numero dei teologi? O forse, piu' probabilmente, pensa che una Chiesa viva sia quella che presenta tante posizioni teologiche? Temo che ne consegua che una Chiesa viva e' una Chiesa che pensa quello che vuole, e che l'autorita' non si impicci.
Del resto negli stessi giorni e' stata pubblicata una lettera aperta di alcuni cattolici fiorentini che aspettano il nuovo arcivescovo: al nuovo pastore pongono alcune condizioni, molto martiniane, se cosi' posso dire, e tutte nella logica del “Conformatevi”, opposta al “Non conformatevi” richiesto da san Paolo.
Trascrivo i punti dei firmatari della lettera aperta al nuovo arcivescovo di Firenze:
1) Curare l’ascolto della Parola di Dio da parte delle comunità e dei singoli, alla luce della Dei Verbum, e riflettere sulla predicazione del Vangelo e sui nostri rapporti con la cultura attuale, lasciando cadere toni amari e di condanna, imparando lo stile del discernimento (sale della terra), della pazienza (parabola del grano e della zizzania), del perdono (parabola dei due debitori..)
2) riflettere sui rapporti tra la chiesa e la società in un clima di libertà e di rispetto reciproco
3) riflettere sulla formazione del clero, sul problema vocazionale e sul Seminario.
4) Riflettere sulla presenza della Facoltà Teologia e investire sulla formazione teologica dei laici e sulla loro ministerialità nella chiesa.
5) Riflettere sui rapporti fra movimenti ecclesiali e parrocchie per poter dire insieme: noi siamo chiesa e mai la chiesa siamo noi